Tutti abbiamo avuto un padre. Qualcuno lo è, altri lo saranno, ma di certo ognuno ne porta con sé un’immagine.

Quando penso a mio padre, risorgono i ricordi d’infanzia e della prima adolescenza. A tratti fumosi, a volte nitidi come se fossero accaduti recentemente. Soprattutto ricordo i gesti compiuti verso gli altri, verso la comunità. Con un po’ più di sforzo quelli nei miei confronti, che conservo cari, ed è bene così perché mi ha mostrato come si sta al mondo.

Torno con la memoria a mio nonno, padre di mio padre, ai suoi gesti di cura verso i nipoti, gentile con tutti e nobile nella sua umiltà. I pensieri fanno riaffiorare l’immagine di suo padre, morto al fronte nella prima guerra mondiale, mio bisnonno per genealogia, e penso a come sia stato per lui vivere e crescere senza la figura paterna. Non me ne ha mai parlato e io non mai ho chiesto. Era una condizione comune nelle generazioni nate tra le due guerre.

Ritorno all’oggi, penso a padri e figli che ho conosciuto nel mio percorso educativo, agli occhi dei bambini che si illuminano quando dicono “Me l’ha detto papà…”.
Penso a J. che tiene la mano di suo padre mentre si avviano sulla riva del mare a guardare l’orizzonte. Sembrano osservare un luogo altrove, abbracciati in un’atmosfera di tenerezza che le sole parole non possono descrivere.
Penso a M., a cui il destino ha tolto la possibilità di avere un padre affianco, ma ha la fortuna di avere una madre che le ricorda sempre che i cari continuano a vivere oltre la morte nei nostri cuori.

Molta letteratura dipinge il presente come un’epoca senza padri, in cui la figura paterna è evanescente e spesso assente. Un’assenza che di certo è sempre stata una nota critica nelle storie familiari. Oggi non si tratta della sola assenza fisica, ma dell’atteggiamento interiore di chi ricopre questo ruolo. Un ruolo in profonda crisi, che fa porre una seria domanda:

Che ruolo deve avere un padre oggi?

Mancano uomini che si assumano la responsabilità di indicare una via e che siano disposti a camminarla insieme agli altri, che trasmettano valori di comunità, che siano disposti a dare l’esempio nell’andare incontro al prossimo. Servono padri che sappiano uscire dal proprio egoismo, rivolgendo lo sguardo al mondo, verso il futuro, e che sappiano donarsi all’altro con gentilezza e rispetto. Mancano persone che mostrino l’importanza di costruire ponti, che allo stesso tempo conoscano il valore del limite e sappiano difendere i confini.

Lo psicanalista italiano Claudio Risé, in un’intervista a tempi.it, spiega che a mancare è un padre capace di tenerezza. Non si parla di mero sentimentalismo, o dell’emotività che smuovono immagini social con gattini e figli. Per tenerezza si intende l’accogliere l’altro per ciò che è, rispettando le diversità, accompagnando il figlio alla scoperta di sé, sapendo anche quando dire no.

Sempre citando Risé, servono padri che rappresentino il Padre.

Buona festa del papà.

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SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Mezzanotti M. (a cura di), Essere un padre, Edizioni Tlon, 2016
Risé C., Il padre. Libertà e dono, Edizioni Ares, 2013

Mirko Lucchini
Mirko Lucchini

Presidente dell’APS Cheiron. Formato in Pedagogia Waldorf-Steiner, prosegue gli studi in Scienze dell’Educazione presso l’Università di Roma Tre. Ha maturato esperienza pluriennale come maestro e coordinatore di progetti educativi sperimentali incentrati sull’outdoor education nel territorio del X Municipio del Comune di Roma. Formatore, scrittore e pittore.